Cosa si trova nel sito
In queste pagine presento la mia attività critica.
Può trovare materiale utile chi sia interessato a ricerche a
carattere accademico sul Decameron, sulla
Novella
del Grasso legnaiuolo,
sui Promessi sposi, su Italo Svevo, su Buzzati, su Sandro
Penna e su vari temi 'teorici' quali il finale narrativo e il
rapporto fra moderno e postmoderno.
La maggior parte delle mie ricerche si può scaricare in formato pdf.
Quando ciò non risulti possibile offro un abstract o rinvio al sito
dell'editore.
Cliccando su
"Pubblicazioni" si ha l'elenco cronologico delle stesse. Cliccando
"Ricerche" si ha il
quadro d'insieme dei testi e dei temi di cui mi sono occupato, e
la possibilità di andare direttamente alla sezione che interessa.
In ogni sezione descrivo
brevemente la genesi e l'orientamento dei miei studi, il mio attuale
punto di vista, le critiche (quando vi siano state) alle mie tesi.
La sezione su Italo Svevo inoltre comprende una bibliografia
ragionata dei testi e della critica.
In ciascuna delle
sotto-sezioni denominate "In rete" segnalo alcuni link, con
particolare riferimento a biblioteche digitali o siti che ospitano i testi oggetto della ricerca.
Perché questo sito
Il
sito intende rispondere alla doppia esigenza di costituire una
cornice di autocommento alle mie pubblicazioni e di metterle, quando
possibile e per quanto possibile, direttamente a disposizione del
lettore interessato. Di solito nella critica letteraria
scientificamente impegnata, quella accademica, la pura ricerca si
intreccia con le esigenze concorsuali (specie nella prima parte
della carriera) e con quelle didattiche (specie nella seconda
parte). Nel caso dei testi qui presentati questi due aspetti sono
assenti. Non lavoro, né ho mai lavorato, infatti, in un’istituzione
accademica. Questa circostanza biografica esibisce, sia pure
implicitamente, una convinzione che non intendo rinnegare – e cioè
che la critica sia un’attività intellettuale e di scrittura
autosufficiente rispetto a un ruolo professionale quale quello di
docente universitario. Osservava Hanna Arendt nel prologo di Vita
activa che «anche tra gli intellettuali sono rimasti solo pochi
individui isolati a considerare il loro lavoro come un’attività
creativa piuttosto che come un mezzo di sussistenza». Poiché da
allora i progressi in direzione della riduzione dell'attività
intellettuale ad attività professionale sono stati
ragguardevoli, forse vale la pena spendere qualche parola a
proposito della natura della critica accademica a prescindere
dall’accademia stessa intesa quale
«mezzo di
sussistenza».
Dare una motivazione alla critica - come se ogni attività
intellettuale debba necessariamente avere un’utilità denunciabile
alla dogana - è probabilmente una mossa falsa. Svincolata da una
posizione professionale che la determini, e deliberatamente lontana
dalle pagine dei giornali, con la possibilità di rivolgersi senza
preoccupazioni a un pubblico ristretto numericamente e distribuito
su di un arco temporale relativamente ampio, la critica ha infatti
in se stessa la propria giustificazione. Non è, in ciò, diversa da
ogni altra riflessione pura, come quella matematica o filosofica.
Chiedere «cosa» si conosce è domanda ingenua: la critica conosce i
testi come la matematica i numeri: ciò che conta è la creazione e il
collaudo di relazioni nuove e sottili, la loro integrazione
all’insieme delle relazioni note e accettate, e la piccola o grande
ricchezza che aggiungono al patrimonio di pensiero condiviso.
Il registro intellettuale su cui la critica lavora è quello
letterario – pertanto spurio, eclettico e aperto a ogni influenza.
Da mero incrocio fra la storiografia, l’erudizione e la retorica,
quale era in origine (e quale talvolta ancora è), a partire dagli
anni Sessanta la critica accademica, attraverso il proliferare dei
cosiddetti «metodi» critici, si è evoluta in un genere letterario
nuovo e particolare. Più ancora, se possibile, della poesia
contemporanea, e in modo simile alla poesia della tradizione
pre-novecentesca, la critica degli ultimi decenni si è avvalsa
infatti del ricorso a regole formali e semi-formali, a un linguaggio
talora chiuso e codificato, che allontana i profani e compiace gli
iniziati, a codici intellettuali peculiari, tale da avvicinare la
genesi di un testo critico al tipo di processo creativo che un tempo
caratterizzava, per esempio, la scrittura di un sonetto o di una
canzone. È forse l’unico genere della letteratura «alta» a
conservare l’imitazione come valore. La critica moderna è insomma un
prodotto artigianale, si insegna e si impara, e proprio in questa
sua natura di manufatto raffinato e non originale, quando raggiunge
l’eccellenza, produce oggetti esteticamente interessanti. La
possibilità di una scrittura saggistica controllata da codici
stretti è, probabilmente, la più importante delle ragioni che mi ha
indotto a praticare la critica accademica per circa un ventennio.
Analogamente (e
complementarmente) al romanzo, la critica che si fa nelle università
è inoltre un genere «di formazione»: il suo destinatario ideale è
infatti un giovane, e il suo auspicato effetto, collaterale alla
ricerca intellettuale pura, consiste nel contribuire allo sviluppo
della sensibilità e della capacità di comprensione di tutta quella
parte, non piccola, dell’esperienza umana che risiede negli
indistinti territori esplorati dalla letteratura. A differenza dal
romanzo, la critica accademica però non ha bisogno di toccare la
vita con le proprie mani, perché tutta quella che occorre si trova –
o dovrebbe trovarsi – nei testi su cui opera. È dunque un genere
arido, in sé; la sua decorosa impersonalità, tuttavia, la rende
molto sensibile alle tracce che l’inconsapevole natura di chi scrive
introduce: come ha osservato Gómez Dávila, «nessuno parla così
chiaramente di se stesso come chi parla d’altro». Quasi certamente,
questa è la seconda ragione importante che mi ha trattenuto tanto a
lungo presso di lei.
Su di un piano descrittivo piuttosto estrinseco, direi che finora i
miei interessi si sono concentrati sulla narrativa piuttosto che
sulla poesia o sulla saggistica; che hanno avuto per oggetto testi
piuttosto che autori e autori piuttosto che periodi o movimenti
letterari; che hanno sempre considerato la tecnica critica, intesa
come autoriflessione sull’atto di lettura, un aspetto centrale della
ricerca. Soggettivamente sono sempre partito dalla constatazione di
un giudizio o di una reazione istintiva a un determinato testo a cui
cercare una spiegazione criticamente utile. Ovviamente, il giudizio
e la reazione sono i miei, e azzardano la condivisione del lettore
come una scommessa. Al contrario, l’elaborazione critica ha sempre
cercato il consenso ragionato di chi mi legge (talora con una
pedanteria che oggi non approvo).
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Decameron
Ho fatto conoscenza con
il Decameron di Giovanni Boccaccio il primo anno di università,
che ho fatto a Roma
(dove vivo e dove sono nato).
Il corso di Carlo Muscetta per l'anno accademico 1977-78 a
«La Sapienza»
era sulla novella di Griselda, l'ultima della decima giornata e dell'intero testo. Il mio primo
articolo, dal titolo
Struttura e valori nella novella di Griselda
è la rielaborazione, scritta nel 1979, della tesina di fine corso. La
sua pubblicazione tuttavia non è passata attraverso l'interessamento
di Muscetta - che aveva comunque apprezzato la mia lettura - ma per tortuose
strade fortuite che anni dopo hanno permesso al dattiloscritto di raggiungere
Vittore Branca, il quale lo ha pubblicato in «Studi sul Boccaccio».
Se l'interpretazione che
propongo per la novella è lontana tanto da quella di Branca quanto da
quella di Muscetta, il mio modo di considerare il Decameron nel suo
complesso è vicino più a quello di chi lo ha inteso in chiave
laica e mondana - come appunto Muscetta o Baratto o Bruni - che a quello di
chi lo ha giudicato, seguendo l'impostazione inaugurata da Branca, un testo
dell'autunno del medioevo, impregnato di valori feudali, cortesi e cristiani,
e, letterariamente, di figuralismo e di allegoria. In questo primo articolo
l'estraneità alla linea «medievale» appare evidente, e
anche un poco semplicistica nella facilità con cui mi sbarazzo delle
interpretazioni di Cottino-Jones e di Branca. Compaiono inoltre per la prima
volta aspetti che torneranno in altre ricerche, in primo luogo il fascino per
l'ambiguità di un testo.
Considero il Decameron
come uno dei libri più ricchi della letteratura italiana, e in gran parte
ancora da studiare (da me anzitutto). Ciò che mi interessa maggiormente
è la presenza nel testo delle primissime tracce di molti elementi
strutturalmente essenziali della sensibilità e dell'assetto assiologico
contemporaneo: molto di ciò che siamo è testimoniato allo stato
nascente nelle pagine del Decameron. Cogliere queste origini permette
di isolare elementi oggi aggregati ad altro e visibili solo attraverso lenti
progettate per altri scopi. Il Decameron è stato considerato
soprattutto un modello formale - per la lingua, per l'architettura e per la
novella in quanto genere narrativo, anche per gli aspetti letterariamente
trasgressivi quali l'oscenità - quando la sua forza sta nei valori
che sottende, con tutta la loro problematicità, e nella capacità
di convincere il lettore e di trascinarlo a valutare la vita secondo criteri
che il testo lascia impliciti, ma che si impongono attraverso l'adesione emotiva.
L'occasione per un nuovo
sondaggio di questa «opera mondo» (per usare l'espressione coniata
da Franco Moretti, che per il Decameron trovo particolarmente appropriata)
si è presentata nel 1993, quando Pier Massimo Forni mi ha invitato a
partecipare alla realizzazione del Lessico critico decameroniano (uscito
nel 1995 a cura sua e di Renzo Bragantini presso Bollati Boringhieri). Mi è
stata affidata la voce
Riso,
sulla quale ho tenuto una relazione a Villa Spelman (sede fiorentina della
Johns Hopkins University). Da quella relazione e dalle conversazioni a margine
dell'intervento - particolarmente utile per i rilievi critici mossi e i suggerimenti
proposti quella con Laura Benedetti - è nato il saggio presente in volume.
Per uscire dal bosco di
un argomento tanto complesso e pieno di risvolti di portata difficilmente
controllabile quale il riso occorrevano scelte preliminari nette e rischiose
- occorreva andare sempre dritti anche quando il terreno poteva suggerire
sentieri apparentemente segnati. Ho deciso anzitutto di limitare strettamente
la ricerca al riso in quanto tale, escludendo quindi i temi del comico, sia
in senso letterario che filosofico, dell'umorismo, e del riso in senso
carnevalesco. Il secondo passo preliminare consisteva nello stabilire su
quale livello si dovesse impostare la ricerca: mi interessava il riso dei
personaggi e quello dei novellatori o il riso del lettore? Quest'ultimo mi
è sembrato di importanza prevalente: un riso che all'interno di un
testo lascia il lettore indifferente e freddo non ha probabilmente grande
significato per il testo stesso; al contrario una serietà inappropriata
può suscitare il riso, e definire in modo significativo la natura del
testo. Ho pertanto delimitato il campo attraverso una ricognizione fenomenica:
quali luoghi del testo suscitano il riso. E come strumento di rilevazione ho
usato me stesso - lettore empirico elevato a lettore modello: metodo
discutibile ma almeno dai risultati suscettibili di correzione da parte di
chiunque. In terzo luogo ho scelto un modello teorico che mi permettesse di
analizzare il riso. Anche qui la scelta si imponeva drastica, ed è caduta,
dopo qualche esitazione, sul saggio bio-antropolgico di Ceccarelli Sorriso e
riso. Avevo fatto esperienza alcuni anni prima, lavorando su Svevo, del modello
di Koestler, che dopo aver letto Ceccarelli mi convinceva però di meno.
Infine, la domanda da porre per non rimanere intrappolato in una esemplificazione,
attraverso il testo, della teoria prescelta, era quale ruolo svolgesse il riso
nella retorica del testo, da intendere a sua volta come un sistema relazionale
comprendente il lettore. La domanda di partenza del saggio è dunque:
«cosa implica nel Decameron il fatto di ridere?».
Dopo aver osservato la
novità dell'approccio di Boccaccio al tema del riso, che anticipa Hobbes
per un aspetto importante (il riso non solo condanna chi viene deriso, ma lo
assolve anche), l'analisi sviluppata nella prima parte del saggio individua
come scopo retorico del riso la ristrutturazione di aree problematiche nel sistema
di valori che ispira il testo (in particolare, il confronto col fantasma della
possibile inadeguatezza al mondo, e quello con una adeguatezza che si realizza
per vie moralmente inaccettabili). Nella seconda parte del saggio - le ultime
otto pagine - i risultati conseguiti vengono trasferiti in un'analisi del riso
nella brigata dei novellatori, utile a rivelare come le distinzioni di genere
maschile e femminile risultino significative nella struttura cooperativa e
relazionale del testo, e si raccordino con il suo sistema assiologico e
finzionale.
La terza occasione che mi
si è presentata per tornare sul Decameron, è stata il
convegno 1998 dell'AIPI (Associazione Internazionale Professori d'Italiano),
dedicato al cibo («Soavi sapori della cultura italiana»). Nel saggio
su Griselda avevo accennato al fornaio Cisti quale esempio di somma virtù,
osservando che opera anche lui, come i protagonisti della X giornata,
«liberalità e magnificenza», seppure in una dimensione dimessa
e quotidiana, e che «la sua immagine, seduto davanti all'uscio della sua
bottega, si accompagna al sorriso di messer Torello nella celebrazione di quel
mito del ben vivere, di quell'aura di serena agiatezza, equilibrata coscienza di
sé e del proprio giusto posto nel mondo, che in forme diverse si ritrova
in ogni trionfo della borghesia». Una simile ipostatizzazione metafisicheggiante
di un concetto che dovrebbe essere invece usato in senso responsabilmente storiografico
- quello di borghesia, per me fatalmente modellato dalla lettura precoce di Mann
e da influenze familiari convergenti - ha ispirato la lettura della novella di
Cisti proposta nella breve relazione al convegno, intitolata
La misura del privilegio: il vino di Cisti fornaio.
Nella relazione viene
esplorato l'intreccio fra la virtù di Cisti, la sua merce - il vino
appunto - e il gusto come giudizio che valuta l'appropriatezza sociale degli
atti e la qualità degli individui. Anche in questo scritto l'attenzione
è rivolta a quanto nel Decameron anticipa e prepara la sensibilità
e la categorizzazione dell'esperienza tipiche dei secoli successivi.
In rete
1. Il testo del Decameron
si trova in molti siti, ma è preferibile, se non altro per le migliori
garanzie testuali che offre, fare riferimento a quello della
Biblioteca Italiana.
Due siti da segnalare su
Boccaccio sono quello della
Brown University Decameron Web
e quello dell'
Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, utile soprattutto per la bibliografia on-line.
Un altro sito degno di
visita, dedicato al mondo medievale nel suo complesso, è quello di
Spolia.
2. Su Griselda in prima
battuta si può vedere la breve presentazione allestita nel sito
Griseldaonline.
I contributi di Michel
Olsen, uno degli specialisti della novella, sono in rete a partire dalla
bibliografia presente nella sua pagina personale ospitata sul sito dell'Università
di Roskilde all'indirizzo:
http://akira.ruc.dk/~Michel/Textes_electroniques/Novellistica/index-noveller.htm.
Su Chaucer si può
vedere la
Chaucer Metapage
utile a orientarsi nelle successive ricerche.
Su Petrarca quale introduzione
possono valere le pagine di
Italica;
per informazioni circa congressi e iniziative di ricerca si può consultare
il sito dell'
Ente Nazionale Francesco Petrarca.
3. Circa il riso nel
Decameron, su
Google Print
è consultabile il maggiore contributo al proposito, il volume di Elisabeth
Arend Lachen und Komik in Giovanni Boccaccios Decameron, Frankfurt am
Main, Klostermann, 2004, pp. 474.
Sempre su
Google Print
è presente A Rhetoric of the Decameron (University of Toronto
Press, 2004) di Marylin Migiel, nel cui sesto capitolo viene discusso il mio
saggio per quanto riguarda la distinzione di genere fra i ridenti.
Una introduzione alla
teoria del riso di Fabio Ceccarelli si può trovare in rete nell'articolo
dello stesso Ceccarelli presente in "L'indispensabile (ritorno di
Golem)", n. 5, maggio 2002, dal titolo
Il riso di Abramo e Sara.
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La novella del Grasso legnaiuolo
«Ogni interpretazione
è la ricerca dei fondamenti di una fascinazione». Con queste parole
comincia il saggio sulla
Novella del Grasso legnaiuolo
pubblicato su «Strumenti critici» nel 1994. La riflessione intorno alla
straordinaria beffa di Brunelleschi ai danni di questo intagliatore fiorentino, a
cui viene fatto credere di essere diventato un'altra persona, può essere
considerata esemplare delle ragioni che il più delle volte mi hanno motivato
all'interpretazione. Ciò che mi interessa comprendere sono le radici di
un'attrazione, nella convinzione che non ci sia nulla di ovvio in quello che si
trova nel corso di una simile ricerca.
Nella prima parte del saggio
viene indagato il tipo di esperienza fatta dal protagonista, confrontando varie
situazioni di metamorfosi e di doppio e ricercando le peculiarità strutturali
della beffa. La problematica sottesa alla novella risulta essere, a conclusione di
questa prima parte, la libertà creativa dell'uomo, i suoi limiti e i suoi
rischi, in rapporto all'autocostruzione dell'identità personale.
Nella seconda parte del
saggio tale conclusione viene collocata in una prospettiva storica. L'asse su cui
risulta sviluppato nella novella il tema del doppio è quello che va dal
Grasso a Brunelleschi, i quali formano una coppia antitetica culturalmente
significativa: quella che accosta e contrappone l'uomo comune e il genio. Se nel
Rinascimento l'identità del genio, basata sulla creatività, si era
formata in opposizione a quella dell'uomo comune, nel corso dei secoli successivi
la costruzione di un'identità personale coinvolge sempre più ogni
individuo, e il doppio originario tende a fondere i due poli della propria
originaria dicotomia, fino alla scomparsa del costrutto "genio" e al
confronto dell'uomo comune con l'altro da sé rappresentato dalla
modernità stessa.
Il fascino della novella
proviene dall'equivoco che vuole il Grasso eroe della ricerca dell'identità,
quando l'eroe, che misura con la beffa la forza del proprio Sé, è invece
Brunelleschi. Ma la costruzione di un'identità, per la quale ogni essere
umano - non solo il genio - è responsabile e autore, ha le radici nella
problematica edificazione identitaria del genio rinascimentale. Il fascino della
novella include dunque una distorsione storicamente determinata, il cui riconoscimento
non ne implica la cancellazione, ma la comprensione.
Per questo saggio sono
debitore a Luigi Ciorciolini, che mi ha introdotto alla lettura di Panofsky,
ingrediente intellettuale essenziale nella risoluzione dei numerosi e spesso
sfocati problemi che mi ponevo durante la ricerca. Ho un debito anche con Cesare
Segre, che ha saggiamente voluto che asciugassi la prima redazione.
Infine, una correzione e
una nota a margine.
La correzione riguarda un
refuso relativo al saggio di Rochon citato (nota 1 p. 22): il riferimento corretto
è: Une date importante dans l'histoire de la Beffa: La Nouvelle du Grasso
Legnaiuolo, in Formes et signification de la Beffa dans la littérature
italienne de la Renaissance, II séries, Paris, Université de la
Sorbonne nouvelle, 1975, pp. 211-338.
La nota a margine riguarda
una pubblicazione che non conoscevo quando ho scritto il saggio. Si tratta di un
intervento che pone, e pretende di risolvere, un tipico quesito da lettore ingenuo,
e cioè se la beffa ai danni del Grasso sia un fatto storicamente reale o meno.
L'articolo è di Nicholas Pastore (professore emerito di psicologia al Queens
College of the City University of New York), ed è intitolato Brunelleschi's
Trick - A Mith. Come appare già dal titolo la tesi proposta è che
la beffa narrata nella novella del Grasso è una leggenda. Ciò che
preme all'autore è sostenere l'implausibilità psicologica del far
credere a qualcuno di essere diventato un'altra persona. Gli argomenti usati per
dimostrarne l'impossibilità sono principalmente l'inverosimiglianza dell'atto
di riconoscere se stesso nella voce di un'altra persona che ci imita, e una incongruenza
temporale nella scena in cui entra in gioco il vero Matteo.
Pastore non considera
affatto l'ipotesi che possa esistere un nucleo storicamente reale - una beffa di
Brunelleschi ai danni di un tipo, con l'intenzione di fargli credere di essere
diventato un altro - e una narrazione che carica questo nucleo originario di dettagli
largamente presi in prestito dalla tradizione letteraria e dunque immaginari. Sembra
pensare che o il racconto è perfettamente fedele alla realtà storica,
oppure deve essere radicalmente fantastico.
La questione della realtà
storica della beffa, comunque stiano le cose, è un enigma la cui soluzione
non ha alcun interesse. Che sia un mito, la prima «leggenda metropolitana»
storicamente documentabile, oppure sia una fedele ricostruzione storiografica di un
evento realmente accaduto, l'unico motivo d'interesse può essere il
significato del racconto. Tale significato non cambia in relazione allo statuto
esistenziale della narrazione. Così come le varie versioni della beffa fanno
riferimento a un unico nucleo narrativo, così questo fa a sua volta
riferimento a un unico atto immaginativo, sia nel caso in cui la beffa sia stata
realizzata sia nel caso in cui invece sia stata solo pensata. Certo cambia l'autore,
Brunelleschi oppure un anonimo (ma forse, perché no, lo stesso Brunelleschi):
ma il significato potrebbe variare se nella narrazione della beffa cambiasse l'ideatore
di questa, non se cambia l'autore della leggenda. L'eventuale impossibilità
di realizzare la beffa - che comunque non è dimostrabile né teoricamente
né empiricamente attraverso la discussione della narrazione - non ne muta il
significato. L'autentica realtà storica della beffa al Grasso non si trova
infatti in ciò che un osservatore avrebbe potuto vedere nelle strade di Firenze,
ma in ciò che avveniva nelle menti, e che la narrazione testimonia. Se l'atto
immaginativo costituito dalla beffa è stato anche un fatto è questione
tanto importante quanto lo spessore della carta su cui per la prima volta è
stata scritta la prima versione della novella.
In rete
1. Il testo della novella
può essere trovato nel sito della
Biblioteca Italiana.
2. Il testo di Anfitrione
è in rete presso l'Alma Mater Digital Library;
per il cantare di Geta e Birria si può vedere il sito di
Iconos.
Sia il testo di Maitre Pathelin che quello de Les Mille et une nuits
(nella versione di Galland) sono disponibili su
Gallica.
3. L'articolo di Nicholas
Pastore, pubblicato sul "Journal of the Behavioral Sciences", vol. 24,
April 1988, pp. 183-90, è disponibile a pagamento sul sito di
Wiley InterScience.
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Promessi sposi
La prima occasione di
occuparmi dei Promessi sposi si è presentata quando nel 1994, in un
casuale incontro a Parigi, Franco Musarra mi ha chiesto se avevo qualcosa da
proporre per il congresso AIPI dell'estate, che avrebbe avuto per tema il rapporto
fra libro e mezzi di comunicazione di massa. Sapendo che lavoravo in televisione
sperava potessi assumere una prospettiva inedita e interessante mutuata dalla mia
vita lavorativa. Tutto quello che invece mi veniva da dire riguardava piuttosto la
differenza radicale fra discorso verbale e discorso per immagini, e l'estraneità
fra i due. Il discorso per immagini è greve e inarticolato rispetto a quello
verbale, e risulta condizionato dall'oggettualità almeno quanto questo,
rispetto al discorso della musica, è condizionato dalla semantica. Il mostrare
per immagini - a differenza da ciò che accade con la parola, infinitamente
plastica e duttile - è sempre gravato dal vedere: si vede di più di
ciò che occorre mostrare, o di meno, e il processo creativo è
perennemente vincolato alla materia fisica che sta alla base della visione. Le
immagini possono facilmente mentire, ma solo attraverso particolari artifici (si
pensi a Escher o a Magritte) riescono a essere incoerenti senza diventare incomprensibili.
Per la parola, invece, non c'è nulla di più facile che l'incoerenza nascosta,
e ciò rappresenta un vantaggio della parola sull'immagine. Cercando un esempio
per rendere intuitiva la mia tesi mi è venuto in mente un passo dei Promessi
sposi in cui si crede di vedere ciò che è descritto anche se la
descrizione non è perfettamente coerente. Fino a quel momento lo avevo considerato
semplicemente una delle tante descrizioni, presenti in abbondanza in letteratura, in
cui le informazioni del testo creano un quadro mentale adeguato alle esigenze del
discorso ma approssimativo. Ora poteva venirmi utile per una critica della teoria
ingenua della descrizione - quella che ritiene necessaria una corrispondenza esatta
fra descrizione verbale e visione possibile - che a sua volta poteva argomentare
efficacemente la differenza fra discorso verbale e discorso per immagini. Ciò
che volevo risultasse chiaro è che rendere per immagini una narrazione che
abbia valore letterario implica la perdita del modo in cui la stessa narrazione si
fa conoscere: di nessi, relazioni, significati che esistono solo nella dimensione
verbale.
Ho quindi presentato al
congresso AIPI dell'agosto 1994 una breve relazione, dal titolo
A tavola con don Rodrigo.
Considerando che le conclusioni raggiunte potevano essere suscettibili di differenti
sviluppi, e che, soprattutto, potevano esserci soluzioni da me ignorate all'«errore»
di Manzoni (sebbene nessuno nell'ampia platea dei partecipanti al congresso AIPI
avesse espresso dubbi circa la mia lettura del passo in questione), ho proposto
nuovamente il tema tre anni più tardi, al congresso AISSLI di Los Angeles,
con una comunicazione dal titolo
Fra descrizione e visione: suggerimenti di un caso limite.
Il ristretto numero di partecipanti della sessione in cui avrei presentato la
comunicazione - pensavo - avrebbe favorito la discussione. Il dibattito, in effetti,
ha portato, per merito di Lia Fava Guzzetta, a qualche nuova riflessione, senza
però modificare i termini fondamentali della questione.
Credendo di aver sufficientemente
saggiato la plausibilità della mia lettura, e volendo collocarla in un
contesto teorico più ampio di quanto fatto fino a quel momento, ho proposto
un articolo a «Strumenti critici», riprendendo e sviluppando i due
interventi. Cesare Segre mi ha però manifestato qualche perplessità
sull'interpretazione della descrizione manzoniana e chiesto un approfondimento; ho
così interamente riscritto e notevolmente ampliato la prima redazione, includendo
alcune osservazioni che avevo nel frattempo privatamente presentato a Segre. Il saggio
è stato pubblicato nel n. 89 di «Strumenti critici» con il titolo
Intorno a una descrizione "sbagliata" di Manzoni.
Il tema teorico dell'articolo è l'attenzione del lettore quale variabile
pragmatica orientata dal testo; l'analisi del passo manzoniano, rispetto a quanto
fatto nei due precedenti interventi, è stata approfondita e sviluppata, sia
sotto l'aspetto variantistico che sotto quello iconografico, cercando inoltre
qualche riscontro storico circa il «capo di tavola».
Se nei due interventi del
1994 e 1997 la curiosità dei miei interlocutori era stata sollecitata
soprattutto, per non dire esclusivamente, dall'«errore» di Manzoni -
che per me era ed è sempre rimasto un dettaglio utile a evidenziare
questioni generali, ma privo in sé di rilevanza - le reazioni a questo
saggio si sono concentrate appunto sulla discussione del dettaglio. Ha sbagliato
Manzoni o no? Dal mio punto di vista, l'unico vero sbaglio è ritenere che
una descrizione sia una fotografia. Nella misura in cui Manzoni condivideva una
simile poetica fotografica, credo abbia sbagliato, cioè abbia fatto qualcosa
che non voleva fare. Credo però anche che abbia invece ottenuto un livello
di precisione e chiarezza che l'adesione alla poetica della descrizione fotografica
non avrebbe permesso di raggiungere. Se dunque ha sbagliato, è perché
riteneva di avere una poetica che in effetti non praticava; se avesse davvero avuto
una simile poetica non è però una questione discussa nell'articolo.
Probabilmente la poetica della descrizione come fotografia è invece condivisa
dagli autori delle due recensioni seguite all'uscita del numero 89 di «Strumenti
critici». Si tratta di un articolo di Carlo Carena apparso sul supplemento
domenicale de
«Il Sole 24 ore» il 9 maggio 1999 a p. 28
e di una nota di Dante Isella dal titolo
"In capo di tavola". Nota su un passo manzoniano
pubblicata sul numero 90 di «Strumenti critici».
In breve, la questione
discussa è la seguente. Nel passo del quinto capitolo dei Promessi sposi
in cui si descrive la tavolata di don Rodrigo all'arrivo di fra Cristoforo vengono
anche assegnati i posti attorno alla tavola:
don Rodrigo [...] era lì
in capo di tavola [...]. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino [...].
A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però
d'una certa sicurezza, e d'una certa saccenteria, il signor podestà [...].
In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più puro, il più
sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli [...]: in faccia ai due cugini,
due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro
che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale,
e a cui un altro non contraddicesse.
A questa descrizione corrisponde,
nell'edizione dei Promessi sposi del 1840, il seguente disegno di Gonin:

Il disegno a sua volta può
essere schematizzato così:

Dallo schema risulta evidente
che don Rodrigo non siede «in capo di tavola» come afferma il testo,
bensì su uno dei lati lunghi, quello di fronte alla porta d'ingresso alla
sala dove si svolge il pranzo. Se si prova a mettere don Rodrigo a capotavola, e
cioè sul lato corto di sinistra, al posto del podestà, non si riesce
a collocare gli altri convitati nella relazione indicata dalla descrizione manzoniana.
Ma il «capo di tavola» in una tavola rettangolare non troppo lunga è
proprio il lato corto o ci sono altre possibilità? I dizionari dichiarano che
il «capo di tavola» è il posto d'onore, ma dove si trova il posto
d'onore? O non ci sono affatto posti prefissati, e il posto d'onore è dove il
commensale più importante decide caso per caso di sedere; oppure il posto
d'onore è in una determinata posizione attorno alla tavola, ed è lì
che la persona più importante siede.
Carena inizialmente sostiene
che il posto d'onore è determinato «soprattutto dalla posizione rispetto
all'ingresso». Essendo don Rodrigo nel disegno di Gonin collocato in modo da
osservare la porta d'ingresso della sala, allora, secondo Carena, è «in
capo» alla tavola.
Che la relazione con l'ingresso
del convito sia importante è vero: infatti per Rabasco - autore nel 1615
del primo trattato che sistematizza la materia conviviale - il modo di stabilire
quale dei due capi della tavola sia il posto d'onore è appunto il rapporto
con l'ingresso della sala dove si svolge il banchetto: deve essere quello da cui si
può vederlo. Ma il posto d'onore non è esclusivamente né
«soprattutto» il posto da cui si guarda all'ingresso: se così
fosse ci sarebbero molti posti d'onore, quanti sono i posti da cui lo si vedere bene.
Il posto d'onore è quello, fra i due collocati «in capo alla tavola»,
da cui lo si vede meglio. Anche secondo Nolfi, autore nel 1631 della Ginipedia,
il «capo di tavola» è il posto da cui si può osservare la
porta d'ingresso, e precisamente il più lontano dalla porta stessa. Ma si
tratta comunque del lato corto: infatti, il secondo e il terzo posto per importanza
dopo il «apo di tavola», rispettivamente a destra e a sinistra di questo,
sono per Nolfi uno «di rincontro» all'altro, cosa che avviene solo se il
primo posto, quello d'onore, è appunto sul lato corto della tavola.
Il «capo» è
insomma l'estremità di un oggetto allungato, una corda, un gomitolo o una
tavola che sia. Carena sembra fra le righe concedere questa condizione, l'essere
cioè il posto d'onore collocato all'estremità della tavola, e infatti
afferma che don Rodrigo è «in punta di tavola», quindi
all'estremità, «in capo». Se però si considera uno dei due
commensali seduti al lato lungo - come appunto don Rodrigo - essere seduto sulla
«punta», o «capo», tutti allora a quella tavola lo sono,
nessuno escluso: ogni convitato siede infatti vicino ad almeno un angolo della
tavola stessa.
Ma Carena, forse poco convinto
dal proprio stesso argomento, lo cambia in corso di discussione, e dà per
risolutivo il Tommaseo, che definisce «capo di tavola» il posto d'onore,
senza che il vocabolario (che peraltro ripete, come tutti, la definizione data da
quello della Crusca) spieghi però quale debba essere il posto d'onore
(se non appunto il «capo» di una tavola, dove per «capo» non
si può che intendere la sommità, il vertice, l'estremità). La
recensione di Carena, forse per garbo e delicatezza, oscilla fra un giudizio problematico
e uno liquidatorio, senza scegliere con decisione con quale argomento risolvere la
questione, lasciando nel lettore l'idea che non ci sia in effetti alcun problema
testuale ma che attorno a questo niente ci possa invece essere, in qualche modo,
qualcosa di cui discutere.
Per Isella, a differenza
da Carena, è invece tutto facilissimo, e del resto - afferma - già
aveva risolto brillantemente il presunto problema Policarpo Petrocchi, mettendo
in nota alla sua edizione dei Promessi sposi
uno schema
che riproduce la disposizione dei convitati così come sono situati nel disegno
di Gonin. La questione infatti, per Isella, si risolve praticamente da sola: basta
aprire un dizionario e scoprire che il «capo di tavola» è il posto
d'onore. Cosa occorre sapere di più? Forse quale sia il posto d'onore? Niente
affatto. Secondo Isella è il più importante fra i convitati a determinare
quale sia il posto d'onore, sedendovisi: « è (...) la dignità
della persona che conferisce prestigio al posto che essa occupa determinandolo anche
topograficamente. Così avviene, di necessità, se la tavola è circolare
o quadrata; così, anche se la tavola è rettangolare, a seconda di dove
il padrone di casa sceglie di sedere o di far sedere i suoi ospiti» (p. 206).
Ciò che Isella afferma
non è vero oggi e non lo è mai stato, almeno fin da quando, molto prima
di don Rodrigo e di Manzoni, si è immaginata una tavola di forma circolare
attorno a cui far sedere i cavalieri di Artù per indicare la loro eguale
dignità. Intorno a una tavola - a meno che non sia appunto circolare, o
quadrata - i posti infatti non sono tutti equivalenti. Il posto d'onore,
rispetto agli altri, ha sempre una centralità topografica. È infatti
ovvio che chi vi si siede deve essere visto e udito da tutti. Così, per esempio,
nelle tavole a ferro di cavallo il posto d'onore partisce simmetricamente i commensali
sui due lati, analogamente al semicerchio dell'immagine riprodotta sotto (dove l'artista,
volendo raffigurare un sovrano assiso a una tavola circolare, e non desiderando però
che abbia eguale dignità delle altre figure, ha rinunciato alla circolarità
della tavola, rappresentata attraverso una forma ellissoidale).

Allo stesso modo, in un lungo
tavolo rettangolare il posto d'onore è situato a metà del tavolo
(disposizione che proviene, secondo Rabasco, dall'uso conventuale). Questa soluzione
è iconograficamente assai diffusa, forse perché si presta particolarmente
a una rappresentazione efficace, ed è caratteristica delle raffigurazioni dell'ultima
cena - come, per esempio, quella leonardesca - nelle quali Gesù è collocato
al centro e gli apostoli sono distribuiti simmetricamente ai due lati:

L'altra possibilità per
ottenere una centralità topografica in una tavola rettangolare è il
posto d'onore situato propriamente «in capo» alla tavola. Meno diffusa
nell'iconografia, forse in quanto meno facile da rappresentare, è tuttavia
presente. Un esempio può essere il Convito di Erode di Donatello:

Il posto d'onore sul lato
corto, rispetto a quello a metà del lato lungo, è più adatto
a tavole di modesta lunghezza, e per questo forse è universalmente usato
nelle mense domestiche. Che in Europa il posto d'onore nelle tavole da pranzo
familiari sia il lato corto, anche per tradizioni diverse da quella cristiana,
può essere testimoniato per esempio dalle illustrazioni dell'Haggadah
veneziano del 1609 nelle immagini che raffigurano la cerimonia del seder
(si veda
«The Venice Haggadah»).
È comunque tutta l'iconografia a indicare unanimemente, come afferma Elisa
Acanfora nel suo studio sulla storia del cerimoniale a tavola (La tavola,
in AAVV, Rituale, cerimoniale, etichetta, a c. di S. Betelli e G. Crifo,
Milano, Bompiani, 1985, p. 59), che «il posto d'onore può essere sia
al centro del lato lungo (...) sia su uno dei lati corti». Se il posto d'onore
fosse invece casuale, determinato dal luogo dove decide volta per volta di sedere
chi è più importante fra i commensali, nell'iconografia non potrebbe
risultare privilegiato alcun posto particolare. Da dove Isella, a parte le tautologie
dei dizionari, abbia tratto la convinzione che il posto d'onore lo stabilisce
arbitrariamente la persona più importante tra i convitati non è dato
sapere.
Avere avuto il dubbio privilegio
di due recensioni entrambe critiche, entrambe vertenti su di una questione da me
considerata un'inezia, interessante solo a titolo esemplificativo, mi ha fatto
pensare di aver urtato la sensibilità dei recensori. Il motivo di irritazione -
è una mia fantasia, è chiaro - ho immaginato possa essere stato l'aver
indirettamente lordato, seppure con una macchiolina insignificante, il quadro
criticamente fondato di un controllo minuzioso e perfetto, senza smagliature di
sorta, da parte di Manzoni sopra il proprio testo. Affermare che egli abbia potuto,
nel lavorio infinito delle correzioni, farsi sfuggire un solo dettaglio, appare quasi
una bestemmia letteraria - certo più facilmente una bestialità del
critico, è ragionevole pensare, che una disattenzione dell'autore. L'aver
sottovalutato la forza di questo quadro - ripeto: fondato e condivisibile - dipende
in parte dall'aver focalizzato fin dal principio la mia attenzione sulle conseguenze
teoriche dell'«errore» anziché sulle sue implicazioni, minime ma
evidentemente sensibili, relative all'immagine critica consolidata di Manzoni; in
parte dalla mia scarsa propensione a considerare interessante e importante il dato
erudito o filologico in quanto tale. Devo però ammettere che, malgrado la
comprensione della mia sottovalutazione, continua ad apparirmi irragionevole
l'attenzione riservata all'inezia di cui ho voluto discutere se raffrontata alla
completa indifferenza verso gli aspetti interpretativi correlati, che avrebbero,
ai miei occhi, un interesse assai maggiore. Del resto questa, da secoli, è
una peculiarità degli studi letterari nazionali - l'attenzione appassionata
al dettaglio erudito e il disinteresse, sincero, verso il ragionamento critico.
La perfezione formale, il
controllo olimpico e senza incrinature della materia narrativa e intellettuale,
l'assoluta mancanza di fessure, vuoti, debolezze, contraddizioni o tensioni
visibili, rappresenta ai miei occhi il tratto più caratteristico e la
maggiore difficoltà dei Promessi sposi. Intorno a questa natura
del romanzo di Manzoni, natura che fra me e me denominavo «oviforme»,
ho lavorato con una certa continuità fra il 1998 e il 2001. Non cercavo la
contraddizione interna, ma la ragione per cui la compiutezza e la coerenza hanno
in questo testo ai miei occhi una natura quasi claustrofobica e assieme il fascino
dell'appagamento claustrofilico, come se l'orizzonte di una vasto paesaggio si
saldasse alla volta del cielo in una sorta di prigione rasserenante e autosufficiente.
Mettevo in relazione questa mia percezione alla religiosità di Manzoni, e
attribuivo le mie emozioni al mio punto di vista di non-credente. È stata
la lettura del saggio di Paolo Valesio sui Promessi sposi, e poi delle
pagine di Mario Luzi sull'autorialità poetica di Manzoni dopo la conversione,
a rendermi chiaro che non erano la fede e il cattolicesimo a chiudere l'orizzonte,
ma una loro particolare declinazione esistenziale. Mi è sembrato allora di
capire il senso di una frase di Fauriel, pronunciata quando gli fu detto che l'amico
stava per risposarsi, e che mi era rimasta nella mente come qualcosa di compreso
solo a metà: «Manzoni ha bisogno di essere felice». In omaggio
al saggio di Valesio ho voluto pubblicare il mio, intitolato
Il bisogno di essere felici. Sul ruolo della religione, sull'eros, sulla reticenza
nei Promessi sposi,
nelle pagine della stessa rivista, «Filologia e critica», su cui era
uscito il suo nel 1988.
In rete
1. Il testo dei
Promessi
sposi si può trovare in rete facilmente. Qui segnalo il testo presente nella
Biblioteca Italiana
e in
Intatext,
siti sui quali sono possibili ricerche testuali.
2. L'indirizzo del sito
della Casa del Manzoni è
http://www.casadelmanzoni.mi.it/
3. Un'antologia della critica
manzoniana si può trovare in rete sul sito de
La Frusta.
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Svevo
Ho conosciuto Svevo sulla
storica Opera omnia della dall'Oglio verso la metà degli anni Settanta.
A chi, come me, frequentava il liceo, Svevo veniva proposto in quanto autore
decadente, da avvicinare a D'Annunzio, ma col merito, rispetto al vate, di
illustrare criticamente (così si pensava e si dichiarava) la crisi della
società borghese e capitalistica - crisi che nell'immaginazione dei tempi
era del tutto evidente e da considerare irreversibile. Eroi dei romanzi sveviani
erano gli inetti, personaggi deprecabili e sfigati - mi permetto il termine
poco elegante, ma assolutamente preciso per definire il giudizio critico allora in
voga - dai quali prendere con chiarezza le distanze. E un bel modo per giudicare
dall'alto personaggi e storie consisteva nell'esercitare una sorta di psicoanalisi
portatile, che a sua volta doveva far venire immancabilmente a galla le magagne
personali dell'autore. Da questa vulgata ero inorridito. Mi pareva che Svevo andasse
accostato a Kafka, a Musil, non a D'Annunzio, che il costrutto storico-letterario di
Decadentismo andasse rivisto, e che gli eroi sveviani fossero complessi e problematici,
ma non deprecabili, tutt'altro; mi pareva inoltre che la psicoanalisi usata come una
densa salsa fatta colare sui testi e sulla biografia di Svevo coprisse ogni altro
sapore.
La letteratura critica,
che ho conosciuto via via negli anni d'università, era meglio della vulgata,
ma conteneva anche i veleni di questa, oltre agli antidoti. Solo alcuni studi allora
molto innovativi - i saggi di Barilli, di Saccone, di Lavagetto, di Magris, a cui
si sarebbero affiancati qualche anno più tardi quelli di Gabriella Contini
- correggevano e combattevano efficacemente la vulgata e i suoi mali, mettendo a
fuoco un autore singolare, difficile e facile allo stesso tempo, ancora tutto da
esplorare e da capire in profondità. In Svevo nulla appare nascosto, ma quasi
tutto risulta sfuggente. Il discorso di Svevo - a me pareva evidente - riguardava
la difficoltà per ciascuno di governare adeguatamente la propria vita, aveva
per tema ciò che non si riesce ad afferrare pienamente dentro di sé e
nei fatti intorno a sé, la difficoltà di mettere assieme i desideri e
le intenzioni, le azioni e le loro conseguenze, i nessi che permettono di rendere
leggibile l'esperienza. Mi pareva anche che la critica migliore e più innovativa
condividesse una simile convinzione - e che la dimensione privilegiata dei testi di
Svevo, in primis la Coscienza di Zeno, potesse dischiudersi a partire da una
parola - ambiguità - che ho da allora inseguito come un "apriti-sesamo"
per molti anni.
Alla Coscienza di Zeno
e alla sua ambiguità ho dedicato la tesi di laurea. L'assioma alla base della
ricerca era che l'esperienza dell'ambiguità fatta nella lettura agisce sul
lettore plasmandone lo stile cognitivo (in senso lato): il testo insegna cioè
a comprendere, attraverso se stesso, il mondo. Lo sfondo teorico di tale impostazione
proveniva dalla semiotica di Lector in fabula di Eco, dalla linguistica testuale
e, più in generale, dalla teoria della ricezione. Studiare l'ambiguità
significava mettere a fuoco un traguardo situato fra il testo e il lettore, in un
luogo intermedio dove il processo di comprensione è in corso ma non ancora
compiuto e chiuso. Sotto il profilo esegetico, lo sforzo è stato rivolto a una
lettura ravvicinata del testo, utilizzando tutti gli espedienti tecnici - gli
«strumenti» della critica, come si diceva in epoca tardostrutturalista -
utili a raggiungere lo scopo. L'obiettivo era la descrizione dell'ambiguità
in quanto "condizione di vita" del senso narrativo della Coscienza di
Zeno.
Nel corso dell'elaborazione
della tesi, durata alcuni anni, ho pubblicato sulla rivista dell'Istituto di
Filologia Moderna della «Sapienza», un articolo (purtroppo deturpato
dai refusi e dalla revisione compiuta arbitrariamente e in modo incompetente dalla
redazione) intitolato
Appunti su Zeno
in cui presentavo due temi in corso di lavorazione: la formazione delle isotopie
narrative ricavate a partire dalla discussione dei possibili riassunti del testo
e l'uso dell'ironia nella costruzione dell'ambiguità.
Ciascun capitolo della tesi
è stato pubblicato separatamente su varie riviste. Il primo a uscire è
stato il terzo, che, fuso con parti della conclusione e dell'introduzione, ho
pubblicato nel 1989 su «Comunità» con il titolo
L'ambiguità di Zeno. Coerenza, struttura delle intenzioni e cooperazione
interpretativa nella "Storia del mio matrimonio".
È un saggio piuttosto lungo (circa 50 pagine), complesso e di lettura faticosa,
che solo con difficoltà avrebbe trovato una collocazione. Fortunatamente,
a patrocinare la sua pubblicazione è stato Giulio Lepschy, che desidero qui
- sebbene con un ritardo che si può ormai definire storico - ringraziare
pubblicamente. In questo studio il rapporto cooperativo stabilito dal testo - dunque
la sua la peculiare ambiguità - viene osservato a distanza ravvicinata nel suo
formarsi a partire dal livello del discorso fino a quello della comprensione del senso
della storia narrata. Particolarmente importante è stato l'impegno metodologico,
teso a consentire la valutazione da parte del mio lettore di ogni singolo passaggio
argomentativo. La linguistica testuale, la pragmatica e la teoria dell'azione, assieme
alla semiotica e alla narratologia, hanno offerto i suggerimenti tecnici per scomporre
e analizzare il testo. Si tratta di uno studio metodologicamente originale e ambizioso
- uscito quando ormai l'interesse verso i problemi di teoria della critica stava
tramontando.
L'anno successivo ho pubblicato
un articolo preparato sui materiali di quello che avrebbe dovuto essere il quarto
capitolo (che avevo rinunciato a scrivere per l'amichevole invito di Mirella Serri,
che seguiva la mia tesi, a non esagerare). È intitolato
Ultima sigaretta, eventi e storia nella Coscienza di Zeno
e tratta della forma della spiegazione storica nella storia raccontata da Zeno.
Nel 1991,
grazie alla disponibilità di Bruno Basile, è uscito su
«Lingua e Stile», rielaborato per l'occasione, il secondo capitolo della
tesi, con il titolo
Microstrategie dell'ironia e dell'umorismo nella «Coscienza di Zeno».
In questo saggio, costruito attraverso l'analisi ravvicinata di dieci passi ironici
o umoristici di un capitolo della Coscienza, ancora una volta l'ambiguità,
tipica della retorica di Zeno, viene considerata sotto specie di cooperazione
interpretativa orientata a educare l'atteggiamento cognitivo del lettore. In particolare,
vengono individuati tre livelli di incertezza prodotti attraverso l'uso di ironia
e umorismo: riguardo la storia narrata da Zeno, riguardo la coerenza di elementi
comuni alla storia narrata e al mondo (del lettore), riguardo al mondo condiviso
in quanto tale. La teoria del riso su cui si appoggia l'analisi proviene da L'atto
della creazione di Arthur Koestler, già usato come supporto teorico nel
contributo di Morin presente nell'allora famoso L'analisi del racconto, e
particolarmente adatto ad un trattamento in senso lato formalistico.
Nel 1996 ho pubblicato su
«Strumenti critici», col titolo
Il dottor S. e la storia virtuale di Zeno,
la rielaborazione del primo capitolo della tesi, dedicato alla funzione del preambolo
nella Coscienza di Zeno. In questo articolo il dottor S. viene considerato
il principale espediente narrativo per generare l'inattendibilità di Zeno
e la formazione una vera propria storia virtuale, inaccessibile al lettore e parallela
a quella narrata.
Nel 1992 sono stato invitato
da Lia Fava Guzzetta a partecipare al convegno sveviano che si è tenuto presso
l'Università per stranieri di Perugia dal 18 al 21 marzo di quell'anno. Ho
presentato una relazione - intitolata
La "fortuna" di Zeno
- in cui riprendo il tema dei nessi che determinano la comprensione della storia,
considerandoli a partire dall'evidenza in qualche misura elusiva della buona sorte
di Zeno. Rispetto all'articolo del 1990, e, in generale, alle conclusioni raggiunte
nei saggi degli anni precedenti, c'è una maggiore enfasi sul valore positivo
dell'ambiguità e sulla sua funzione riparatrice, oltre a una maggiore
astrattezza nello sviluppo analitico e a una contestualizzazione che offre un senso
non generico all'esperienza dell'ambiguità.
Nel 1996 ho recensito su
«
MLN»
il libro di Giovanni Palmieri Schmitz, Svevo, Zeno. Storia di due biblioteche,
pubblicato da Bompiani nel 1994. Per quanto ne so, è stata la sola recensione,
fra le centinaia che escono ogni anno sulle riviste d'italianistica, dedicata a questa
monografia per certi aspetti discutibile, ma dalle tesi originali e ben argomentate,
uscita in una collana importante di un editore di primo piano. Quando l'ho scritta
ancora non conoscevo Giovanni Palmieri (incontrato successivamente, nel 1998 per
l'esattezza) e nessuno mi aveva segnalato il libro o suggerito di recensirlo. Per
amore di completezza, va aggiunto che Palmieri non solo mancava di una collocazione
accademica, ma neppure aveva alle spalle una forte cordata di riferimento (come dimostra
la nessuna attenzione dedicata dall'accademia al suo libro); la sua eventuale gratitudine,
perciò, non poteva in alcun modo essermi utile. Si è trattato dunque di una
recensione del tutto particolare, quasi una stravaganza nell'ambito dell'italianistica,
dettata esclusivamente dall'interesse per il testo recensito.
A distanza di circa dieci
anni dalla tesi ho avuto l'opportunità, grazie all'iniziativa di Renzo
Bragantini, alla disponibilità di Carlo Ossola e a un finanziamento del CNR,
di ragionare nuovamente sulla Coscienza di Zeno e riconsiderare nel loro
complesso le tesi presentate nel corso degli anni, pubblicando nel 1998, edito da
Franco Angeli, un libro intitolato (il titolo è stato ideato da Ossola, mio
invece il prosaico sottotitolo)
L'ambiguità necessaria. Zeno e il suo lettore.
A integrazione e parziale
correzione di quanto osservato nelle precedenti pubblicazioni, in questo studio
allargo allo stile della Coscienza nel suo complesso la funzione di produrre
ambiguità; offro una nuova sistemazione al discorso sui nessi che determinano
la comprensione della storia; osservo le relazioni fra verità e menzogna alla
luce del rapporto fra Zeno e il suo lettore. Soprattutto, focalizzo un doppio contesto
storico e culturale entro cui considerare l'ambiguità di Zeno: da un lato la
modernità, dall'altro la post-modernità (a questo proposito rimando agli
ultimi due paragrafi
del libro, qui riprodotti dal file originale e non dal testo a stampa).
A dieci anni da L'ambiguità
necessaria e a venti dai miei primi studi sulla Coscienza di Zeno considero
l'impostazione critica utilizzata debole sotto almeno tre aspetti.
La prima debolezza proviene
dal considerare la relazione fra testo e lettore un rapporto diretto e personale,
simile a quello che nella teologia protestante mette in rapporto il fedele con la
divinità. Questo approccio è più forte nei saggi derivati dalla
tesi, ma nel libro viene corretto piuttosto che modificato alla radice. La debolezza
- a cui corrispondono peraltro punti di forza - consiste nella necessaria genericità
del contesto storico a cui faccio riferimento, che deve essere un terreno in comune
fra testo e lettore - non dunque il classico contesto di genesi dell'opera. Ma solo
la profondità e l'articolatezza del contesto storico rendono ricca e significativa
l'ambiguità - che nella mia trattazione rimane invece troppo affidata all'intima,
idiosincratica elaborazione del singolo lettore.
La seconda debolezza, connessa
alla prima, consiste nell'essermi appoggiato in modo eccessivo agli aspetti cognitivi
della cooperazione interpretativa. Questi sono certamente lo scheletro di ogni
comprensione, ma non ciò che veramente interessa. Nell'Ambiguità
necessaria introduco correzioni a questo approccio, individuando aspetti emotivi
e morali (la giocosità, la fortuna, il dissidio col mondo) che interagiscono
con quelli cognitivi e li bilanciano, ma si tratta di una integrazione rispetto
all'asse principale d'analisi. La concezione dell'ambiguità proposta risulta,
di fatto, astratta, e a volte appare quasi prosciugata della sua reale
problematicità umana.
La terza debolezza proviene
dalla scelta di rivolgermi a uno "specialista" della Coscienza di Zeno.
Il mio lettore non è un lettore colto che abbia interesse a Svevo, non è
uno studente, non è uno specialista di storia letteraria, e neppure, al limite,
uno studioso dell'opera di Italo Svevo nella sua globalità: è qualcuno
che, allenato alla lettura ravvicinata dei testi, e interessato a sviluppare una
propria interpretazione della Coscienza, si pone problemi quali, per esempio,
l'attendibilità dell'io narrante e la possibilità di distinguerlo
dall'autore implicito, o l'uso delle figure retoriche nel discorso di Zeno o altre
analoghe questioni. Il mio lettore è un tecnico della critica impegnato a
lavorare in modo approfondito sulla Coscienza. Un simile restringimento estremo
del proprio ideale di lettore impoverisce anzitutto la scrittura, che tende a diventare
un veicolo non necessariamente piacevole o accurato o soddisfacente esteticamente,
ma una sorta di autocarro per trasporti eccezionali, un mezzo pratico e robusto adatto
ai carichi straordinari. L'ineleganza è questione trascurabile, la precisione
è tutta rivolta a un unico obiettivo. Ma rivolgersi a un simile lettore ideale
impoverisce soprattutto la prospettiva concettuale con cui affrontare i problemi
esegetici, dovendoli ridurre necessariamente a una misura che consenta un'adeguata
argomentazione e il loro trattamento con strumenti di analisi testuale. Significa
rinunciare a priori alla libertà mentale offerta dal pensiero letterario,
chiudendosi in una poetica che se da un lato è ascesi dall'altro rischia
l'aridità.
Una maggiore libertà
ho dunque praticato quando si è presentata l'occasione di curare l'edizione
di Senilità per una nuova collana delle Edizioni Millennium di Bologna.
Qui mi rivolgo, nell'
introduzione
e nell'annotazione, a uno studente universitario o ricercatore interessato a Svevo,
e, nella
nota al testo,
al filologo impegnato ad affrontare i problemi non facili che la storia del testo
propone. Questa mia edizione, pubblicata nel 2005, immediatamente dopo la nuova
edizione critica curata da Nunzia Palmieri nell'ambito dell'edizione mondadoriana
diretta da Mario Lavagetto, segue il testo di quella Morreale del 1927, riproducendo
con minimi emendamenti il testo della precedente edizione critica di Maier (1986).
L'annotazione, piuttosto ricca, si rivolge a lettori con necessità diverse,
includendo spiegazioni linguistiche ed essenziali informazioni storiche, interpretazioni
di passi complessi, riferimenti al corpus degli scritti di Svevo, analisi critiche;
segnala inoltre le varianti con valore semantico.
A dispetto di ogni sforzo,
sono rimasti alcuni refusi, talora vistosi e bizzarri. Ne offro qui un provvisorio
elenco
con le relative correzioni. Chi individuasse altri errori è vivamente pregato
di segnalarmeli.
Piccola
bibliografia sveviana
Ormai la bibliografia critica
su Svevo, come accade per ogni altro classico, è di vastità
incontrollabile. Spero di fare cosa utile a chi vuole costruirsi un percorso di
studio entro questo mare magnum offrendo un selezione che intende segnalare
solo l'indispensabile. Non che occorra, per lavorare su un singolo aspetto o problema,
aver letto tutto ciò che è citato, né che i testi che non cito
siano insignificanti: semplicemente, se si studia una certa opera o una determinata
questione non si può fare a meno di conoscere alcuni lavori critici. La scelta
che presento è ovviamente personale e discutibile. Per il periodo dal 2000 in
poi, inoltre, è perfettamente possibile che ci siano assenze anche gravi; di
questo mi scuso anticipatamente. L'arco di tempo coperto dalla bibliografia va dal
1925 al 2005.
1. Edizioni delle
opere ed epistolario
1.1. In attesa
dell'edizione nazionale delle opere di Italo Svevo (in corso di progettazione), per
i romanzi, i racconti, il teatro e gli altri scritti, con l'eccezione
dell'epistolario, l'edizione di riferimento è quella dei «Meridiani»,
in tre volumi, diretta da M. Lavagetto: vol. 1 Romanzi e «Continuazioni»,
edizione critica con apparato genetico e commento di N. Palmieri e F. Vittorini, Saggio
introduttivo e Cronologia di M. Lavagetto, vol. 2 Racconti e scritti
autobiografici, edizione critica con apparato genetico e commento di C. Bertoni,
Saggio introduttivo e Cronologia di M. Lavagetto, vol. 3 Teatro e
saggi, edizione critica con apparato genetico e commento di F. Bertoni, Saggio
introduttivo e Cronologia di M. Lavagetto, Milano, Mondadori, 2004. Un'altra
edizione a cui fare riferimento (ma esclusivamente sotto il profilo testuale) è
l'«Edizione critica» curata da B. Maier (vol. 1 Una vita,
vol. 2 Senilità, vol. 3 La coscienza di Zeno, vol. 4 Il
vegliardo), Pordenone, Studio Tesi, 1985-87.
1.2. Dei tre romanzi
esistono in singolo volume numerose edizioni. Per Una vita sono da segnalare
l'edizione curata da F. Amigoni, Torino, Einaudi, 2000; per Senilità
l'edizione a cura di G. Baldi, Milano, Principato, 1989, quella a cura di M. Strada,
Firenze, Giunti, 1995 e quella da curata da me (Bologna, Millennium, 2005); per
La coscienza di Zeno le edizioni curate da G. Contini, Milano, A. Mondadori
per la scuola, 1985, da B. Maier, Milano, Mursia, 1986, e da G. Palmieri, Firenze,
Giunti, 1994.
1.3. Per
l'epistolario ancora manca un'edizione completa e corretta. Oltre al primo volume
della storica «Opera omnia» dall'Oglio (vol. 1 Epistolario,
a cura di B. Maier, vol. 2 Romanzi, a cura di B. Maier, vol. 3, Racconti,
Saggi, Pagine sparse, a cura di B. Maier, vol. 4 Commedie, introduzione
e note di U. Apollonio), Milano, 1966-69, vanno segnalati: Lettere a Svevo. Diario
di Elio Schmitz, a cura di B. Maier, Milano, dall'Oglio, 1973; I. Svevo e E. Montale,
Carteggio, con gli scritti di Montale su Svevo, a cura di G. Zampa, Milano,
Mondadori, 1976; I. Svevo, Carteggio con J. Joyce, V. Larbaud, B. Crémieux,
M.A. Comnène, E. Montale, V. Jahier, a cura di B. Maier, Milano, dall'Oglio,
1978. Il carteggio con Joyce è raccolto in Scritti su Joyce, a cura di
G. Mazzacurati, Parma, Pratiche, 1986.
2. Biografie e
bibliografie
2.1. Le testimonianze
più importanti, oltre al profilo autobiografico Italo Svevo scrittore,
presente nella recente edizione mondadoriana diretta da Lavagetto, sono: L. Veneziani
Svevo, Vita di mio marito, con inediti di I. Svevo, Trieste, Edizioni dello
Zibaldone, 1951, nuova ed. a cura di A. Pittoni, ivi, 1958, con prefazione di E.
Montale, Milano, dall'Oglio, 1976 (delle tre, da preferire la seconda per l'apparato);
E. Schmitz, Diario, a cura di L. De Angelis, Palermo, Sellerio, 1997 (ed.
filologicamente corretta dello stesso diario pubblicato da Maier in Lettere a
Svevo cit). Numerosi sono i cataloghi di mostre su Svevo o attinenti il suo
mondo, i volumi fotografici, le ricostruzioni d'ambiente e le testimonianze sullo
scrittore e i suoi luoghi: fra tutte da ricordare Iconografia sveviana. Scritti
parole e immagini della vita privata di Italo Svevo, a cura di L. Fonda Savio e
B. Maier, Pordenone, Studio Tesi, 1981. Le biografie vere e proprie sono tre: E.
Ghidetti, Italo Svevo. La coscienza di un borghese triestino, Roma, Editori
Riuniti, 1980 e 1992; G. A. Camerino, Italo Svevo, Torino, Utet, 1981; J.
Gatt-Rutter, Italo Svevo. A double Life, Oxford, Clarendon Press, 1988,
versione italiana dell'autore Alias Italo Svevo. Vita di Ettore Schmitz,
introduzione di G. Luti, Siena, NIE, 1991.
2.2. Una bibliografia
delle edizioni, delle traduzioni e della critica fino al 1969, a cura di B.
Maier, comprensiva di recensioni e articoli su giornali ma episodicamente lacunosa,
si trova in appendice al vol. 2 dell'«Opera omnia» cit. (pp.
1107-1228), bibliografia da integrare con il volumetto a cura di A. Bonduri, La
critica su Italo Svevo nelle biblioteche triestine, 1892-1978, Trieste, Comitato
per le celebrazioni sveviane, 1979; un'ampia (ma non esaustiva) bibliografia aggiornata
al 2003, a cura di N. Palmieri, si trova in ciascuno dei volumi della recente edizione
diretta da Lavagetto, cit.; una schedatura della letteratura sveviana - sia edizioni
sia critica - a partire dal 1990 circa è presente nei quattro numeri finora
usciti (nel 1997, 1999, 2002 e 2004) di «Aghios. Quaderni di studi sveviani»,
diretti da G. A. Camerino e E. Guagnini, editi da Campanotto. Numerose le antologie
della critica pubblicate nel corso degli anni: le due più recenti (con oggetto
l'insieme dell'opera sveviana) sono quella a cura di E. Ghidetti, Il caso Svevo:
guida storica e critica, Roma-Bari, Laterza, 1984 e 1993, e quella presente nel
volume di G. Contini, Svevo, Palermo, Palumbo, 1996, che offre, assieme a un
saggio introduttivo, una breve storia della critica sveviana e una bibliografia
ragionata.
3. Letteratura
critica
3.1 Gli anni dal
1925 al 1945 vedono l'affermazione di Svevo essenzialmente fra l'lite
letteraria italiana ed europea. Importanti a questo riguardo i numeri unici dedicati
a Svevo da «Il Convegno» (Omaggio a Italo Svevo, a. X, n. 1-2,
1929) e da «Solaria» (Omaggio a Italo Svevo, a. IV, n. 3-4, 1929).
Tale affermazione però, negli studi più impegnati, si è spesso
manifestata non priva di riserve sia sulla lingua sia sui romanzi stessi: esemplare
a questo proposito il saggio - che riveste tuttora interesse critico - di G. Debenedetti,
Svevo e Schmitz, in «Il Convegno», a. X, n. 1-2, 1929, successivamente
ampliato, ora in Id., Saggi, a cura di F. Contorbia, Milano, Mondadori, 1982, pp.
223-55 e Saggi, a cura di A. Berardinelli, Milano, Mondadori, 1999. Oltre al
saggio di Debenedetti (a cui segue, dello stesso, Lettera a Carocci intorno a «Svevo
e Schmitz», in «Solaria», Omaggio a Italo Svevo, cit., pp.
28-34, poi in Saggi, a cura di A. Berardinelli, cit.) i contributi più
rilevanti di questo periodo, interessanti soprattutto per la storia della ricezione
di Svevo, sono: E. Montale, Omaggio a Italo Svevo, in «L'Esame», a.
IV, n. 11-12, 1925, ora in I. Svevo e E. Montale, Carteggio, con gli scritti di
Montale su Svevo, cit., p. 71-82; Id., Presentazione di Italo Svevo, in
«Il Quindicinale», a. I, n. 2, 1926, ora in I. Svevo e E. Montale, Carteggio,
con gli scritti di Montale su Svevo, cit., p. 83-7; B. Crémieux, Italo
Svevo, in «Le Navire d'Argent», a. II, n. 9, 1926, pp. 23-6; Id.,
Uno scrittore italiano scoperto in Francia: i romanzi di Italo Svevo, in
«La Fiera Letteraria», 28 febbraio 1926; G. Prezzolini, Rivelazione
- Italo Svevo, in «L'Ambrosiano», 8 febbraio 1926; F. Pasini,
Italo Svevo 1861-1928, con due lettere inedite di Paul Heyse, in «Annali
dell'Università degli studi economici e commerciali di Trieste», a. I,
1929, pp. 182-3; S. Benco, Italo Svevo, in «Pegaso», a. I, n. 1,
1929, pp. 48-57; E. Vittorini, Italo Svevo. «Una vita», in
«Solaria», a. V, n. 12, 1930, pp. 47-58, poi in Antologia di
«Solaria», a cura di E. Siciliano, Milano, Lerici, 1958. L'analisi
della lingua di Svevo è intrecciata allo studio delle correzioni a
Senilità fin dall'articolo di G. Devoto, Le correzioni di Italo
Svevo, in «Letteratura», a. II, n. 8, 1938, pp. 3-13 (poi col tit.
Decenni per Svevo, in Studi di stilistica, Firenze, Le Monnier, 1950,
pp. 175-93, quindi col tit. Italo Svevo in Itinerario stilistico, introd.
di G. A. Papini, ivi, 1975, pp. 250-68), prima ragionata discussione delle peculiarità
linguistiche sveviane; all'articolo di Devoto è seguito il commento di G. Contini,
Svevo e le verità critiche del Devoto, in «Lettere d'oggi», a.
V, 1943, poi col tit. La stilistica di Giacomo Devoto, in «Lingua nostra»,
a. XI, n. 1, pp. 51-7, ora col tit. L'analisi linguistica di Giacomo Devoto, in
Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 661-71.
3.2 Nel periodo
che va dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta si ha il consolidamento della
posizione di Svevo nella cultura italiana, grazie a un cospicuo numero di studi
critici e alla pubblicazione presso dall'Oglio (editore esclusivo dei testi di
Svevo fino al 1984) dell'Opera omnia, cit., curata da Bruno Maier. Tra le
monografie spiccano: A. Leone De Castris, Italo Svevo, Pisa, Nistri-Lischi,
1959; B. Maier, La personalità e l'opera di Italo Svevo, Milano,
Mursia, 1961 (nuove edizione aggiornata nel 1978 col tit. Italo Svevo);
G. Luti, Italo Svevo e altri studi sulla letteratura triestina del Primo
Novecento, Milano, Lerici, 1961, confluiti poi, rimaneggiati, in Id.,
L'ora di Mefistofele. Studi sveviani vecchi e nuovi (1960-1987), Scandicci,
La Nuova Italia, 1990; S. Maxia, Lettura di Italo Svevo, Padova, Liviana,
1965; N. Jonard, Italo Svevo et la crise de la bourgeoisie européenne,
Paris, Les Belles Lettres, 1969. Su rivista da segnalare J. Pouillon, «La
Conscience de Zéno» roman d'une psychanalyse, in «Les Temps
Modernes», a. X, n. 106, 1954, pp. 555-62; S. Finzi, Il realismo critico
di Italo Svevo, in «Aut-Aut», nn. 50 e 52, 1959, pp. 124-9 e pp.
265-73; G. Pontiggia, La tecnica narrativa di Italo Svevo, in «Il
Verri», a. IV, n. 5, 1960, pp. 150-66 (l'omonima tesi di laurea di Pontiggia,
da cui è nato l'articolo, è stata ora pubblicata integralmente in
«Kamen», a. XII, n. 21, 2003, pp. 7-42 e n. 22, pp. 5-17); J. Freccero,
Zeno's Last Cigarette, in «MLN», a. LXXVII, n. 1, 1962, pp. 3-23,
poi in From «Verismo» to Experimentalism. Essays on the Italian
Novel, Bloomington, Indiana UP, 1969; E. Montale, Italo Svevo nel centenario
della nascita, in «Umana», 1962, poi col tit. Celebrazione di
Italo Svevo, discorso letto al Circolo della Cultura e delle Arti, Trieste,
1963, ora in I. Svevo e E. Montale, Carteggio, con gli scritti di Montale su
Svevo, cit., p. 120-44; G. Pampaloni, Italo Svevo, in «Terzo
Programma», 2, 1962, poi in Storia della letteratura italiana, diretta
da E. Cecchi e N. Sapegno, vol. 9, Milano, Garzanti, 1969, pp. 495-532; A.
Robbe-Grillet, La conscience malade de Zéno, in Id., Pour un
nouveau roman, Paris, Minuit, 1963, trad. it. di L. De Maria e M. Militello,
Il noveau roman, Milano, Sugar, 1965, pp. 104-8; M. Guglielminetti, Il
monologo di Svevo, in Struttura e sintassi del romanzo italiano del primo
Novecento, Milano, Silva, 1964, pp. 118-52 (aggiornato e variato in Id.,
Lezioni sul Novecento, Milano, Vita e Pensiero, 1991); G. Guglielmi,
Glosse a Svevo, in Id., Letteratura come sistema e come funzione,
Torino, Einaudi, 1967, pp. 104-27; A. Wilden, Death, Desire and Repetition in
Svevo's Zeno, in «MLN», a. LXXXIV, n. 1, 1969, pp. 98-119.
3.3 Gli anni
Settanta sono il momento della decisiva affermazione della centralità di
Svevo nel panorama del romanzo europeo moderno, con un'esplosione di studi critici,
molti dei quali hanno determinato l'ossatura del canone interpretativo tuttora
vigente. Il decennio è inaugurato dallo stimolante volumetto di T. Kezich,
Svevo e Zeno. Vite parallele, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1970
(nuova edizione riveduta, con introduzione di C. Magris, Milano, Il Formichiere,
1978). Nel 1971 appare di G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Milano,
Garzanti, con rilevantissime pagine (516-616) su Svevo. Seguirà, negli anni
successivi, una serie di monografie (a quelle di seguito elencate, per avere
un'idea della fortuna critica di Svevo negli anni Settanta, si dovrebbero aggiungere
le numerose altre pubblicazioni in volume, qui non ricordate solo per la minore
incisività sul piano esegetico) fra loro eterogenee per profondità
interpretativa, per metodi critici e per fini, ma complessivamente di notevole
spessore: nel 1972 di R. Barilli, La linea Svevo-Pirandello, Milano,
Mursia (seconda ed. ampliata 1981, terza riveduta e ampliata Milano, Mondadori,
2003), schematico ma assai innovativo nel panorama italiano di quegli anni, e di
M. Lunetta, Invito alla lettura di Italo Svevo, egualmente per Mursia;
nel 1973 il voluminoso studio di M. Fusco, Italo Svevo, conscience et
réalité, Paris, Gallimard, (trad. it. parziale di P. Bimbi,
Italo Svevo: coscienza e realtà, Palermo, Sellerio, 1984) e il
sofisticato saggio di E. Saccone, Commento a Zeno. Saggio sul testo di
Svevo, Bologna, Il Mulino (nuova ed. accresciuta nel 1991); nel 1974
escono di G. A. Camerino, Italo Svevo e la crisi della Mitteleuropa,
Firenze, Le Monnier (ed. riveduta e accresciuta Milano, Istituto di propaganda
libraria, 1996, quindi nuova ed. ampliata e completamente riveduta, Napoli,
Liguori, 2002) e di B. Moloney, Italo Svevo. A Critical Introduction,
Edinburgh, Edinburgh UP; nel 1975 viene pubblicato un altro testo critico di
grande importanza, il volume di M. Lavagetto L'impiegato Schmitz e altri
saggi su Svevo, Torino, Einaudi (nuova ed. riveduta e aumentata, 1986);
l'anno dopo di M. Palumbo La coscienza di Svevo. Negazione e utopia tra
«Una vita» e «Senilità», Napoli, Liguori,
1976; nel 1977 appaiono di G. Borghello, La coscienza borghese. Saggio
sulla narrativa di Svevo, Roma, Savelli e di E. Saccone, Il poeta
travestito. Otto scritti su Svevo, cit., che riconsiderando alla luce
del Commento a Zeno le sue precedenti pubblicazioni sveviane le
riunisce, aggiungendovi due saggi nuovi. La fine del decennio vedrà
ancora due testi significativi, entrambi del 1979: E. Gioanola, Un killer
dolcissimo. Indagine psicanalitica sull'opera di Italo Svevo, Genova,
Il Melangolo (nuova ed. Milano, Mursia, 1995), e F. Petroni, L'inconscio
e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo, Padova, Liviana. In questo
periodo la critica inizia, con due monografie, a interessarsi seriamente,
oltre che alla narrativa di Svevo, alla sua produzione teatrale: B. Weiss,
The theater of Italo Svevo, New York, NY University, 1971 e R. Rimini,
La morte nel salotto. Guida al teatro d'Italo Svevo, Firenze, Vallecchi,
1974. Anche l'epistolario sveviano è oggetto di analisi critica con il primo
libro di Gabriella Contini, che nel decennio successivo si farà
apprezzare come uno dei più qualificati specialisti di Svevo: G.
Contini, Le lettere malate di Svevo, Napoli, Guida, 1979. Da
ricordare inoltre due volumi collettivi: Il caso Svevo, a cura di G.
Petronio, Palermo, Palumbo, 1976, e Contributi sveviani, Facoltà
di Lettere - Istituto di Filologia Moderna, Università di Roma,
premessa di R. Scrivano, Trieste, Lint, 1979. Gli anni dell'affermazione
di Svevo hanno il loro climax ideale con il convegno di Firenze del
3 e 4 febbraio 1979, pubblicato col tit. Italo Svevo oggi, Atti del
convegno, a cura di M. Marchi, Firenze, Vallecchi, 1980, con interventi
della figlia di Svevo, Letizia Svevo Fonda Savio, di Luti, Bo, Zampa,
Magris, Pampaloni, Lavagetto, Kezich, Maier, e un'importante discussione
finale sullo stato degli studi sveviani e sui criteri da adottare per
un'edizione critica delle opere. Gli studi apparsi su rivista, spesso
altrettanto rilevanti delle monografie, sono numerosissimi. Fra tutti ne
ricordo alcuni particolarmente significativi: G. Almansi, Il tema
dell'incesto in Svevo, in «Paragone», a. XXII, n. 264,
1972, pp. 47-70; B. Moloney, Psychoanalysis and Irony in «La
coscienza di Zeno», in «Modern Language Review», a.
XLVII, n. 2, 1972, pp. 309-18 e Id., Svevo as a Jewish Writer,
in «Italian Studies», a. XXVII, 1973, pp. 52-63, ora in
italiano e revisionato in Italo Svevo narratore. Lezioni Triestine,
Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1998, pp. 33-46; P. Sarzana, Le
varianti di «Senilit», in «Studi di filologia
italiana», vol. XXXV, 1977, pp. 375-93; C. Magris, Nel
cinquantenario di Svevo. La scrittura e la vecchiaia selvaggia, in
«Sigma», n.s., a. XI, n. 1, 1978, poi col tit. Italo Svevo:
la vita e la rappresentazione della vita, in Italo Svevo oggi,
Atti del convegno, cit., pp. 68-94, ora in L'anello di Clarisse,
Torino, Einaudi, 1984; M. Lavagetto, Zeno, in «Nuovi argomenti»,
n.s., a. XIII, n. 63-64, 1979, pp. 185-215, anche in Italo Svevo
oggi, Atti del convegno, cit., poi col tit. Correzioni 1979
in L'impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo, cit., nuova ed.
riveduta e aumentata, 1986, pp. 213-30; L. Waage Petersen, Le
strutture dell'ironia ne «La coscienza di Zeno», in
«Revue Romane», Études Romanes de l'Université
de Copenhague, numéro spécial 20, 1979.
3.4 Gli anni
Ottanta vedono un complessivo rallentamento dell'attività critica, non senza,
tuttavia, alcuni testi di rilievo. Fra le monografie anzitutto G. Contini, Il
quarto romanzo di Svevo, Torino, Einaudi, 1980 e Id., Il romanzo
inevitabile. Temi e tecniche nella «Coscienza di Zeno», Milano,
Mondadori, 1983, oltre al volume di F. P. Botti, G. Mazzacurati e M. Palumbo,
Il secondo Svevo, Napoli, Liguori, 1982. Rilevanti, inoltre, nel panorama
critico del decennio, le pagine di G. Guglielmi, La vita originale di Zeno,
in La prosa italiana del Novecento. Umorismo, Metafisica, Grottesco, Torino,
Einaudi, 1986, pp. 30-55, e il saggio di M. Lavagetto, Introduzione a Zeno,
in I. Svevo, La coscienza di Zeno, Torino, Einaudi, 1987 (quindi, rielaborato,
in Romanzi, a cura di M. Lavagetto, con la collaborazione di F. Amigoni, N.
Palmieri e A. Stara, Torino, Einaudi-Gallimard, 1993, pp. IX-LXXIX, e ancora col
tit. Il romanzo oltre la fine del mondo, in Romanzi e «Continuazioni»,
cit., pp. XI-XC). Parecchi gli articoli, fra i quali segnaliamo il notevole saggio
di C. Benedetti, La piccola rivoluzione copernicana di Zeno, in «Sigma»,
n.s., a. XIV, n. 1, 1981, pp. 26-44, poi rifuso in Id., La soggettività del
racconto: Proust e Svevo, Napoli, Liguori, 1984, pp. 31-126; i saggi sveviani di
G. Mazzacurati, in Stagioni dell'apocalisse. Verga Pirandello Svevo, Torino,
Einaudi, 1989, pp. 185-300; il mio saggio Coerenza, struttura delle intenzioni e
cooperazione interpretativa nella «Storia del mio matrimonio»:
l'ambiguità di Zeno, in «Comunità», a. XLIII, 191/192,
1989, pp. 457-515. Da ricordare, infine, il volume di A. Ara e C. Magris, Trieste.
Un'identità di frontiera, Torino, Einaudi, 1982, importante non solo per
le pagine di Magris su Svevo (pp. 40-52) ma per il quadro storico-culturale di
Trieste tratteggiato.
3.5 A partire
dagli anni Novanta c'è una ripresa degli studi su Svevo. Nel 1992, a Perugia,
si ha il secondo importante convegno sveviano dopo quello di Firenze del 1979:
Italo Svevo scrittore europeo, Atti del convegno internazionale, Perugia,
18-21 marzo 1992, a cura di N. Cacciaglia e L. Fava Guzzetta, Firenze, Olschki,
1994. Nel 1997 esce il primo numero di «Aghios. Quaderni di studi sveviani»,
diretti da G. A. Camerino e E. Guagnini. A bilancio del quindicennio si segnala un
consistente numero di volumi, sia monografie esegeticamente impegnate, sia opere
a carattere introduttivo, sia raccolte di saggi. Fra tutti ricordo - oltre al mio
L'ambiguità necessaria. Zeno e il suo lettore, Milano, FrancoAngeli,
1998 - G. Palmieri, Schmitz, Svevo, Zeno: storia di due biblioteche, Milano,
Bompiani, 1994; F. Catenazzi, L'italiano di Svevo: tra scrittura pubblica e
scrittura privata, Firenze, Olschki, 1994; Moloney, Italo Svevo narratore.
Lezioni triestine, cit.; M. Sechi, Il giovane Svevo. Un autore mancato
nell'Europa di fine Ottocento, Roma, Donzelli, 2000; G. Minghelli, In the
Shadow of the Mammoth: Italo Svevo and the Emergence of Modernism, Toronto,
University of Toronto Press, 2002; M. Tortora, Svevo novelliere, Pisa,
Giardini, 2003; e il volume miscellaneo Italo Svevo tra moderno e postmoderno,
a cura di M. Buccheri e E. Costa, Ravenna, Longo, 1995. In ambito comparatistico la
posizione conquistata da Svevo nel precedente decennio si consolida; a titolo
d'esempio si possono segnalare: P. Chardin, L'amour dans la haine, ou, La
jalousie dans la littérature moderne: Dostoïevski, James, Svevo, Proust,
Musil, Genéve, Droz, 1990 e F. Kohler, Schopenhauer, Machado de
Assis, Italo Svevo ou L'homme sans Dieu, Paris, L'Harmattan, 2004. Numerosissimi
nella bibliografia sveviana recente i saggi e gli articoli, fra cui segnalo i miei
Ultima sigaretta, eventi e storia nella «Coscienza di Zeno», in
«MLN», a. CV, n. 1, 1990, pp. 87-104 e Microstrategie dell'ironia e
dell'umorismo nella «Coscienza di Zeno», in «Lingua e stile»,
a. XXVI, n. 3, 1991, pp. 393-428; S. Agosti, L'enunciazione narrativa derealizzante:
da Manzoni a Gadda a Stendhal a Svevo, in «Il piccolo Hans», 70, 1991,
pp. 121-44, poi col tit. Derealizzazioni narrative: da Manzoni a Gadda e da Stendhal
a Svevo, in Id., Critica della testualità. Strutture e articolazioni del
senso nell'opera letteraria, Bologna, il Mulino, 1994, pp. 39-53.; M. Lavagetto,
Confessarsi è mentire, in Id., La cicatrice di Montaigne, Torino,
Einaudi, 1992 (nuova ed. riveduta e ampliata, 2002), pp. 217-31 e Id., Svevo e la
crisi del romanzo europeo, in Letteratura italiana del Novecento: bilancio di
un secolo, a cura di A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 2000, pp. 245-67; L. Curti,
Zeno guarisce dall'ottimismo. Schopenhauer e Freud nella «Coscienza»,
in «Rivista di letteratura italiana», a. XII, n. 2-3, 1994, pp. 401-27; G.
Contini, «La coscienza di Zeno» di Italo Svevo, in Letteratura
italiana Einaudi. Le opere, vol. 4, Il Novecento, 1, L'età
della crisi, Torino, Einaudi, 1995, pp. 593-624; M. Palumbo, Svevo e i suoi
autori, in «MLN», a. CXI , n. 1, 1996, pp. 1-30.
In rete
1. I testi di Svevo
sono largamente presente in rete, ma provenienti per lo più dalla vecchia e
scorretta edizione dall'Oglio. Così anche nel sito della
Biblioteca italiana
e in quello di
Intratext.
Sul sito di Radio3, si può ascoltare
una lettura della Coscienza di Zeno.
2. Nel sito
dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste uno spazio è dedicato al
Museo Sveviano,
in cui sono conservati i manoscritti, i libri personali, le edizioni delle opere
di Svevo e una ricca raccolta di traduzioni e di opere critiche. Il corso di
laurea in Lettere dell'Università di Trieste cura un
sito dedicato a Svevo,
con testi (da Liberliber) e un'ampia bibliografia critica ordinata alfabeticamente.
3. Sempre presso
l'Università di Trieste è ospitato
un sito su Joyce
dedicato ai luoghi del suo lungo soggiorno triestino.
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Buzzati
La scelta di occuparmi
criticamente di Buzzati è nata dall'incontro, alla fine degli anni Ottanta,
con Nella Giannetto, fondatrice del Centro Studi Buzzati di Feltre. La sua
convinzione che Buzzati fosse sottostimato, specialmente in Italia, e la sua
determinazione a promuoverne la conoscenza e l'apprezzamento, mi hanno indotto a
rileggerlo con diversa attenzione.
Buzzati è un sensibilissimo
sismografo, non un interprete. Gli fanno difetto una complessità intellettuale
e una problematicità morale proporzionate alla veemenza fantastica del suo
mondo: è con la profondità e la cultura di un buon giornalista -
palesemente inadeguate al compito - che Buzzati registra ciò che gli si
impone alla mente: uno scenario interiore saturo di angoscia, di colpa e di paura,
ossessionato dall'enigmaticità del nulla che chiede ascolto, pervaso da
un'atrocità sottile. Il suo immaginario, forse a causa della debolezza
interpretativa, si direbbe, nel suo insieme, quasi impersonale, rappresentativo,
pià che di un individuo, di un secolo e di una intera civiltà. Per
questa via indiretta risulta esemplare.
Con l'intenzione di offrire
l'abbozzo di una catalogazione provvisoria dell'universo buzzatiano, ho affrontato
i racconti in un lungo saggio intitolato
Il mito dell'assenza. Tredici copioni per cinquanta racconti di Buzzati
pubblicato nel 1991 in «Cahiers Buzzati» (rivista, edita da Laffont,
espressione dell' Association Internationale des Amis de Dino Buzzati, uscita
annualmente dal 1977 fino al passaggio del testimone nel 1996 agli «Studi
buzzatiani»). Nel saggio esploro i rapporti fra storie e copioni narrativi
della modernità letteraria, raggruppando i racconti di Buzzati in insiemi
omogenei e intersecantesi, alla ricerca di un denominatore comune tematico più
profondo di quello immediatamente visibile.
Due anni dopo su «MLN»
è uscito un articolo, intitolato
Una struttura del destino in Buzzati,
di nuovo dedicato a ciò che è sotteso ad alcune storie di Buzzati,
in primis il Deserto dei Tartari. La struttura studiata è «il
racconto dell'attesa di un evento predeterminato a cui si manca». Una tale
narrazione fa riferimento - come una dissonanza fa riferimento all'accordo armonico
- al destino, che a sua volta si può definire «il riconoscimento della
peculiarità della relazione che lega [...] una serie di eventi, tale da dare
la percezione di una necessità nel caso». Poichè il legame di
senso fra eventi si forma naturalmente in una narrazione, le storie, nella loro
generalità, rappresentano «la natura concreta e tangibile del destino»
- quando nell'esperienza questo appare invece in modo episodico e sfuggente. Nel
Deserto dei Tartari (come anche in due racconti, Cinque fratelli
e Il Colombre) caso e necessità, costitutivi del destino, vengono
invece disgiunti, e il destino risulta raddoppiato in uno reale e uno mancato. In
simili storie di destino sviato ciò che il lettore riceve non è
pertanto la riparazione al disordine e all'incoerenza dei fatti della vita -
cioè quanto una storia offre solitamente - bensì «la
formulazione generale per l'invincibile incoerenza» della vita stessa.
In rete
1. L'Associazione Internazionale
Dino Buzzati e il Centro Studi Buzzati hanno un sito all'indirizzo
http://www.buzzati.it/index-it.php.
Un altro sito buzzatiano, con una significativa parte iconografica dedicata a
Buzzati pittore, si trova all'indirizzo
http://www.geocities.com/Athens/Delphi/8892/.
2. Il Bollettino del 900
nel 2001 ha dedicato a Buzzati, curata da Cinzia Mares, una
informata panoramica
sugli sviluppi critici recenti, una
bibliografia delle opere di Buzzati
a cura di Carlo Schiavo e
un intervento di François Livi
sulla fortuna di Buzzati in Francia. È inoltre reperibile in rete un articolo
buzzatiano di Bart Van den Bossche, intitolato
Mitopoiesi e poesia nel Deserto dei Tartari,
ora presente, ampliato e rielaborato, con titolo Il Deserto dei Tartari: mitopoiesi,
allegoria e tipologia nel suo volume Il mito nella letteratura italiana del
Novecento: trasformazioni e elaborazioni, Leuven e Firenze, Leuven University
Press e Franco Cesati Editore, 2007, pp. 135-47.
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Penna
Mi sono appassionato
all'opera di Sandro Penna durante l'adolescenza e nella prima gioventù.
Poi Penna è stato spinto ai margini dalla corrente principale della vita e
dei miei interessi intellettuali, e per almeno venticinque anni non ho più
riletto un suo verso. Quando l'AISLLI (Associazione Internazionale per gli Studi
di Lingua e Letteratura Italiana) ha proposto come tema del XVIII congresso «Identità
e diversità nella lingua e nella letteratura italiana» mi è
improvvisamente ritornata in mente una poesia che conoscevo a memoria e che non
ricordavo neppure di ricordare: